Soldi per tutti ma non per Taranto

Ci hanno raccontato negli scorsi anni quanto la sopravvivenza dell’Ilva a Taranto fosse fondamentale per l’economia nazionale. Ilva valeva 0,5 – 1 punto di PIL. E questo ha giustificato decreti su decreti che hanno condannato un’intero territorio a convivere con danni ambientali e sanitari, trattando i cittadini di questa città come sudditi da sacrificare all’Altare della Patria. Tutto ciò avveniva in anni bui per l’economia, quando il banco stava per saltare, quando il Governo Monti aveva appena tagliato le pensioni, quando l’Europa ci costringeva a sacrifici notevoli. Ci fu detto che Taranto non aveva alternative, che l’Italia aveva bisogno del nostro acciaio e che ricollocare 15.000 operai non sarebbe stato possibile.

Poi è arrivato Draghi alla BCE e una pioggia di miliardi di euro stampati come si stampano volantini pubblicitari hanno consolidato le economie nazionali e salvato le banche che vacillavano. Ci è stato detto che l’economia ricominciava a crescere e che presto saremmo usciti dalla crisi. Poi è arrivato Renzi e sembra che i soldi ci siano per tutti, che la luce sia arrivata. Ci sono gli 80 euro sugli stipendi, ci sono i soldi per eliminare le tasse sulla casa persino dei ricchi, ci sono per assumere 100.000 nuovi insegnanti, ci sono per il Giubileo, ci sono per far partire le grandi opere, ci sono per la ricca Milano da bere che dopo il banchetto di EXPO si vedrà servire anche la frutta e il dolce.

E noi a Taranto continuiamo a credere alle favole, continuiamo a pensare che non ci sia alternativa a questa economia malata che ci affossa. Lo credono i nostri amministratori che non riescono a proporre un piano per Taranto che preveda l’uscita dalla monocultura dell’acciaio che certo non porta ricchezza alla città.
Ci piace pensare che ciò che è previsto per Milano potrebbe essere realizzato a Taranto per cambiare le sorti di un territorio altrimenti destinato a convivere con sofferenza ambientale e sanitaria. Pensiamo ad una riconversione di migliaia di lavoratori che potrebbero essere utilizzati in una prima fase per smantellare e bonificare la zona industriale e poi la nascita di una citta’ della ricerca, delle imprese, dell’innovazione tecnologica, con agevolazioni per le startup che qui si collocheranno. Il porto di Taranto potrebbe allora tornare importante e la struttura economica di un grande territorio cambiare.

Taranto potrebbe ritrovare la sua essenza di città marinara, storica, aperta a idee e progetti nuovi.
Per fare ciò ci vuole un piano di cambiamento che guardi lontano, nel futuro. Purtroppo, chi ci amministra ha la vista corta, arriva al massimo alle prossime elezioni comunali.
Nessuno venga a dire che i soldi non ci sono. Non crediamo più alle favole.

Giuseppe Aralla – Vittoria Orlando
Tarantorespira